Ricostruire un delitto

La complessità del processo penale è raccontata dal celebre penalista Nicodemo Gentile nel suo ultimo libro. Una riflessione sul rapporto tra processo e scienza, tra uomo e professionista, tra professionista e consulenti

di M. Elena Golfarelli

ono molti i casi giudiziari che hanno segnato il passato e il presente della cronaca nera del nostro Paese. Casi dove la verità ha cercato di farsi strada, grazie anche all’aiuto degli esperti della criminalistica, capaci di trasformare ciò che appariva in ciò che realmente è stato. Ispirato dal volume di Vernon J. Geberth, il comandante in pensione con oltre quarant’anni di esperienza nel New York City Police Department, Nicodemo Gentile, uno dei penalisti e cassazionisti più affermati d’Italia, offre uno spaccato della contaminazione tra scienza e diritto, filtrato attraverso le esperienze personali e professionali che in questi anni ha vissuto. Nel libro Nulla è come appare. Storie di delitti, storie di accertamenti tecnici (Faust Edizioni), il legale originario di Cirò affronta, infatti, il tema dei diversi saperi scientifici con i quali si è confrontato nel corso di alcune indagini e processi. Tra questi l’omicidio di Meredith Kercher, Melania Rea, Sara Scazzi, la contessa dell’Olgiata, Roberta Ragusa, Sara Di Pietrantonio.

Nicodemo Gentile

Nicodemo Gentile


Perché Nulla è come appare?
«Significa che occorre adottare un approccio rispettoso di quelle discipline più o meno note come genetica, medicina legale, informatica, entomologia, antropologia e odontologia, balistica, dattiloscopia, botanica, che contribuiscono alla ricostruzione di vicende che non sono state riprese dalle telecamere e alle quali nessuno ha assistito. È fondamentale conservare i reperti ritrovati sulle scene del crimine perché quello che oggi è un limite della tecnica, domani può essere superato, consentendo di ottenere risultati prima irraggiungibili. La stessa Corte di Cassazione, quando parla di elementi nuovi al fine della revisione di un processo, si riferisce non solo a elementi sopravvenuti, mai utilizzati e conosciuti nel perimetro giudiziario, ma anche a prove già esistenti capaci di fornire risultati e indicazioni nuove perché rilette alla luce di metodiche e tecniche sempre più evolute e sensibili».

Quanto è importante per un operatore del diritto, un penalista, stare al passo con questi progressi?
«È il senso del mio libro. L’approccio del professionista, che sia un tecnico eventuale o un avvocato, deve essere moderno, evoluto e multidisciplinare. L’operatore deve essere formato. Ogni frequentatore assiduo delle aule di giustizia non può – o almeno non può più – far finta di niente e girare la testa di fronte alla scienza, perché essa ormai, piaccia o non piaccia, finisce spesso per dominare il processo, talvolta fagocitandolo. Una vicenda paradigmatica, in questo senso, è quella del delitto dell’Olgiata, tornata alla ribalta perché il colpevole dell’assassinio di Alberica Filo Della Torre, il domestico filippino Manuel Winston Reyes, che ho difeso, è arrivato alla fine della pena dopo dieci anni di detenzione. L’omicidio è stato risolto grazie ai progressi della prova del Dna: ciò che non si è riusciti a ottenere nel 1991, lo si è raggiunto negli anni tra il 2009 e il 2011».

Altrettanto importante, nell’ottica degli accertamenti tecnici, è stato il caso dell’omicidio di Melania Rea per cui è stato condannato il marito Salvatore Parolisi, di cui è stato difensore.
«Sì, l’entomologia è stata indispensabile per giungere alla ricostruzione dei fatti e alla condanna. Letta nella valutazione generale del giudice, la perizia delle larve e delle uova rinvenute sul corpo della vittima è stata considerata dai giudici molto importante per stabilire l’ora della morte di Melania Rea. Durante i miei studi universitari e nei primi anni di carriera, mai mi sarei aspettato che in una vicenda giudiziaria una calliphora vomitoria potesse svolgere un ruolo più decisivo di istituti quale il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio. Oggi a fare la differenza può essere addirittura una pianta, come si evidenzia anche nel caso di Yara Gambirasio. La presenza della foglia di una pianta, la solidago gigantea, è stata determinante per accertare che la ragazzina fosse stata uccisa nel luogo in cui era stata ritrovata».

Nel caso Parolisi – Rea è stata cruciale anche la Bpa, la disciplina che si occupa dello studio delle macchie di sangue.
«Sì, questa analisi ha aiutato gli investigatori nel ricostruire la dinamica omicidiaria. È una tecnica che sembra esistere da sempre, ma in realtà se viaggiamo a ritroso ci rendiamo conto di quanto sia di recente introduzione, considerando che è stata utilizzata a partire dalla ricostruzione dei due omicidi compiuti da Erika e Omar a Novi Ligure».

Il libro è un atto di amore per la professione di avvocato, spesso contestata, e un invito alla formazione.
«Il mio auspicio è che, attraverso lo studio e la ricerca, il processo si apra ancora di più ai saperi scientifici e ai suoi progressi. Il percorso per arrivare alla verità è una strada di grande responsabilità: più abbiamo elementi certi più aiutiamo il giudice nell’atto di decidere, un atto che può cambiare le traiettorie di vita e dove un errore può trasformarsi in un dramma umano. Quello che descrivo nel libro è un viaggio che compio non solo come avvocato, ma anche come uomo, lungo percorsi spesso imprevedibili e inaspettati, che lasciano con il fiato sospeso e con la curiosità di voltare sempre pagina e andare oltre; un tragitto, talvolta, nel tempo e nella storia, che diventa anche esaltazione della bellezza delle città che ho visto per lavoro, della loro arte, cultura e gastronomia».

Uno dei casi che più l’ha colpita è però, paradossalmente, una vicenda in cui la prova scientifica ha avuto un peso limitato: quella del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi, dove lei è stato il legale della madre, Concetta Serrano, per la parte civile.
«Sì, è così. Tutti i processi che ho celebrato mi hanno lasciato qualcosa, ma vedere una famiglia dividersi con la morte di una giovane fragile e indifesa ha prodotto una tensione emotiva che è andata oltre il mandato professionale. È stato fatto di più di quanto normalmente è richiesto agli avvocati: dipanare la matassa dell’omicidio di Avetrana è stato difficile, anche dal punto di vista umano. Si dice che la nostra sia una professione anfibia perché dovrebbe galleggiare tra la sensibilità dell’uomo e la freddezza del legale. In questo frangente è stato impossibile separare i due piani».