Per superare gli ostacoli dimensionali e culturali che frenano l’internazionalizzazione, le imprese lombarde devono fare rete, puntando sull’innovazione

F.D.

Le esportazioni lombarde hanno superato nel 2012 la soglia dei 108 miliardi di euro. Una vocazione all’internazionalizzazione, quella del tessuto produttivo della regione, che si esprime soprattutto nell’industria manifatturiera, con l’accento posto su meccanica, moda, mezzi di trasporto e metallurgia. «In questi settori le produzioni italiane e lombarde hanno la leadership nelle classifiche del commercio mondiale, superando anche la Germania in moltissime nicchie di prodotti», sottolinea il presidente di Confindustria Lombardia Alberto Ribolla. Con la globalizzazione si è imposta la necessità di superare le produzioni a basso valore aggiunto, prediligendo nuovi valori e nuovi asset di crescita.

Alberto Ribolla, presidente di Confindustria Lombardia

Alberto Ribolla,
presidente di Confindustria Lombardia

Com’è cambiato l’approccio all’export in questi anni?

«Abbiamo imparato sulla nostra pelle che, solo puntando sulla fascia di media e alta qualità, si possono raggiungere risultati importanti e, addirittura, primati a livello mondiale: una prerogativa non solo delle grandi aziende, ma anche di quelle medio-piccole, molto diffuse in Lombardia, che hanno contribuito alla creazione di prodotti italiani più dinamici e innovativi. Dobbiamo ricordarci che innovazione non fa rima solo con elettronica e telecomunicazioni, ma è connaturata nella manifattura in tutti i suoi settori e questo vale soprattutto in Italia e in Lombardia».

Come sostenere in maniera più efficace le pmi oltre confine?

«Per aiutare le pmi è necessario mettere in campo azioni su diversi livelli. Ritengo fondamentale favorire la presenza delle imprese nei cluster, ecosistemi all’interno dei quali si promuovono progetti congiunti di business, ricerca, innovazione e sviluppo in un’ottica di crescita. Vorrei poi citare l’attività svolta dalle nostre associazioni: per quasi il 50 per cento delle imprese, rappresentano il principale interlocutore sulle tematiche dell’internazionalizzazione. Le aziende si rivolgono alla loro associazione per trovare i giusti partner commerciali oltre confine, per ottenere analisi di mercato e informazioni economiche sui paesi stranieri e per consulenze tecniche su problematiche doganali e contrattualistica estera; ma si rivolgono al sistema confindustriale anche e soprattutto per il network strategico che ha saputo creare con i diversi attori del sistema».

C’è poi l’attività di lobby nei confronti delle istituzioni.

«Sì, una lobby positiva e propositiva, che ha l’obiettivo di rendere i governi regionali e quello nazionale più proattivi nel sostenere l’internazionalizzazione delle imprese. Certamente, anche il sistema bancario-finanziario, che è parte integrante del “sistema Paese”, deve essere maggiormente proattivo: ad eccezione dei grandi gruppi, le banche italiane spesso non hanno la capacità di seguire fino in fondo le aziende sui mercati internazionali, almeno non nella misura in cui avviene in paesi come Germania o Francia».

Verso quali mercati ci si dovrà muovere nel prossimo futuro?

«Parto da una premessa: almeno nel breve periodo, l’attenzione sui grandi paesi avanzati del vecchio e nuovo continente e sui Brics è destinata a rimanere forte e questo tipo di previsioni hanno sempre un forte margine di incertezza legato sia al nostro sviluppo economico sia a quello dei paesi verso i quali ci dirigiamo. Detto ciò, una recente ricerca Ice-Prometeia ha fornito un interessante affresco di quella che sarà la mappa dei 25 mercati emergenti sui quali sarà strategico puntare. Le imprese italiane e lombarde guarderanno con sempre più interesse ai paesi asiatici, protagonisti di processi di industrializzazione molto recenti, senza dimenticare America Latina e Medioriente. Entrando nello specifico, per le imprese del settore meccanico si apriranno nuove opportunità in Arabia Saudita, in Thailandia, Indonesia, Malesia, Messico, Colombia e Perù. Per le imprese del settore delle infrastrutture, accanto a paesi già citati, troviamo Pakistan, Vietnam e Filippine».

Quali restano le problematiche per le imprese lombarde che si confrontano con i mercati stranieri?

«Com’era prevedibile immaginare, i principali scogli che le nostre aziende incontrano sono quelli riconducibili alle piccole dimensioni d’impresa: scarse risorse finanziarie da investire nei processi di internazionalizzazione, limiti nelle risorse manageriali da coinvolgere. Ma anche le differenze culturali tra l’Italia e i paesi verso cui si spingono le aziende, giocano spesso a sfavore, ed è uno spread che aumenta significativamente in funzione delle direttrici geografiche dell’espansione multinazionale dell’impresa. Nel futuro le nostre imprese affronteranno mercati sempre più lontani dal punto di vista geografico e culturale: diventerà, quindi, importantissimo agire per colmare questo gap di conoscenze, facendo rete e mettendo a sistema le esperienze di chi ce l’ha fatta».

La presenza di investimenti esteri in Lombardia probabilmente sconta le difficoltà dell’intero sistema Paese. Con quali strategie si può invertire la tendenza?

«Le zavorre che pesano su chi cerca di fare impresa in Italia e in Lombardia sono tante e tali che poche righe non sarebbero sufficienti a riassumerle, ma c’è un dato che più di tutti indigna e rattrista: in Lombardia, negli ultimi anni, sono calati gli investimenti per lo sviluppo di attività pregiate tecnologiche e di ricerca e sviluppo. È un paradosso se si pensa ai centri di ricerca, alle università e alle realtà industriali di eccellenza che ospitiamo. Certo, la crisi non ha aiutato: nel quinquennio 2003-2007 la Lombardia era risultata per ben quattro volte su cinque tra le prime dieci regioni europee per attrazione di nuovi progetti di investimento, mentre nel periodo 2008-2012 si è sempre attestata al di fuori delle prime 10. Non possiamo, però, addossare la responsabilità di tutto alla congiuntura economica sfavorevole: instabilità politica, altissimo costo del lavoro, burocrazia opprimente e tempi biblici per l’ottenimento di autorizzazioni hanno allontanato gli investitori esteri, che hanno deciso di portare altrove le loro produzioni. Intravediamo però una svolta».

Quale?

«La nuova legge “Impresa Lombardia”, recentemente approvata in Regione, intende agire proprio su questi temi. L’accordo per la competitività, l’introduzione della comunicazione unica e del fascicolo elettronico dell’impresa, la riduzione dell’incidenza dei costi energetici sulle imprese manifatturiere, sono soltanto alcuni dei provvedimenti contenuti nella legge che ci auguriamo di veder presto attuati».