L’export verso nuovi record

Bene il made in Italy alimentare oltreconfine. Ma il sistema Paese non deve rallentare la sua azione.

di Francesca Druidi

L’export agroalimentare è in progressiva crescita. Il sostegno istituzionale sembra finalmente dare i suoi frutti, valorizzando l’agroindustria italiana. «Abbiamo sempre detto che internazionalizzazione e innovazione rappresentano l’arma vincente – evidenzia Luigi Scordamaglia, numero uno di Federalimentare – per consolidare il primato mondiale del food and beverage italiano e i risultati dell’esportazione e del rilancio degli investimenti con le misure di industria 4.0 nel settore alimentare lo confermano». Ma non mancano i nodi critici: gli effetti delle sanzioni come nel caso dell’embargo contro la Russia, il pericolo di misure ritorsive da parte di Paesi esteri, la lotta all’Italian sounding.

Luigi Scordamaglia

Luigi Scordamaglia

Come assecondare questo trend incredibile che supera ogni previsione?
«Il trend è buono e in progressiva accelerazione, con un +7,2 per cento su gennaio-luglio, secondo le anticipazioni Istat, e un consuntivo prevedibile di 32 miliardi di export a fine 2017. Ma non bisogna dimenticare che all’inizio del decennio – nella fase di primo, e purtroppo volatile, rimbalzo della crisi del 2008 – abbiamo fatto ancora meglio, con aumenti a due cifre. Stanno dando soddisfazione comunque mercati maturi, come Usa, Francia, Spagna e, in misura minore, lo stesso Regno Unito. Mentre segnano progressi di rilievo mercati assai promettenti come la Cina. Bisogna insistere con il piano made in Italy portato avanti negli ultimi due anni e nell’ulteriore potenziamento di agenzie come l’Ice che, negli ultimi anni, hanno saputo trasformarsi in strumenti più moderni di reale servizio e utilità alle imprese. Lo dimostra che non solo si esporta di più, ma è aumentato il numero di Pmi in grado di accedere ai mercati internazionali».

Doppiare la boa dei 50 miliardi di export è l’ambizioso obiettivo del futuro, su quali leve puntare?
«L’obiettivo non è velleitario. D’altra parte, il mercato che sta emergendo sempre più come quello baricentrico, premiante e ricco di futuro è quello statunitense. Se non irrompono misure neo-protezioniste, gli Usa sono destinati a diventare, nel corso di pochi anni, il primo sbocco in assoluto del settore, superando l’attuale leadership della Germania. Stanno ripartendo anche molti mercati emergenti. Oltre alla Cina, quest’anno è ripartita perfino la Russia, a dispetto dell’embargo. È un fatto che sottolinea le insopprimibili prospettive di questo mercato e al contempo la frustrazione del passaggio attuale. Prima che scattassero le misure ritorsive che hanno bloccato l’export di carni, prodotti lattiero-caseari e ittici, il mercato russo stava entrando fra i “top ten”, mentre adesso è scivolato al 17esimo posto. Una leva importante e orizzontale di sviluppo dei mercati si lega, infine, al contrasto del fenomeno dell’Italian sounding. A tale scopo stiamo attivando iniziative specifiche con varie organizzazioni (Ice, Assocamerestero). I quasi 100 miliardi miliardi che ormai stimiamo raggiunga il fenomeno a livello mondiale si avvicinano all’intero fatturato dell’industria alimentare italiana (135 miliardi) e più del triplo dell’export di settore che quest’anno dovrebbe superare raggiungere la soglia dei 32 miliardi».

Quanto la preoccupa lo stop cinese alle importazioni di gorgonzola e taleggio che avevano mostrato un deciso slancio nel paese asiatico?
«Preoccupa molto, perché le misure in questione sono proprio i “virus” del commercio che temiamo di più: quelli pretestuosi, extra-daziari, che rischiano, con paradossali pretesti igienico-sanitari – l’Italia è al top su questo fronte e insegna al mondo – o di altra natura, di segare prospettive importanti. Ne escono frustrati anche i consumatori locali, dotati di crescente capacità di acquisto, che si avvicinano con curiosità ed entusiasmo a nuove esperienze, allargando la propria cultura nel mondo affascinante della eno-gastronomia».

Molti hanno criticato il Ceta, lei ritiene invece che questa tipologia di accordi salvaguardardino gli interessi italiani rispetto a utilizzi politici di normative tecniche come nel caso della Cina?
«Le critiche al Ceta si basano su scarsa conoscenza dei suoi dispositivi e su apriorismi. Il Ceta, al contrario, segna la strada degli accordi bilaterali che vogliamo percorrere per supplire al vuoto lasciato anni fa dal flop del Doha Round. L’accordo con il Canada è, per ammissione di tutti i Paesi comunitari, il miglior accordo mai negoziato dall’Unione europea. Riduce del 95 per cento i dazi esistenti verso il Canada favorendo soprattutto le Pmi italiane, aumenta di circa 17mila tonnellate la quota di formaggi europei esportabili, sancisce la fine definitiva dell’evocazione di falsa italianità sui prodotti, protegge 41 Dop e Igp, di cui le prime cinque sono responsabili del 95 per cento delle esportazioni delle denominazioni di origine protetta italiane. Il tutto senza smantellare gli standard igienico-sanitari comunitari».