Christine Lagarde e Janet L. Yellen, i ritratti di due donne influenti a livello mondiale. Come stanno governando il corso del denaro e le sue regole. Le speranze per una finanza che torni a essere strumento di sviluppo e garanzia di futuro

R.F.

Ci volevano le donne. Ci vogliono le donne. Così, quando il 9 ottobre scorso, Barack Obama ha annunciato di aver nominato, contro ogni pronostico, Janet L. Yellen a capo della Federal Reserve (Fed), alla prescelta è arrivato subito un messaggio. Un biglietto che vale di più di una telefonata.

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale

Christine Lagarde, direttore generale del FMI

A mano, con grafia sicura ed elegante come i suoi tailleur, Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi), le ha scritto la sua felicità. Non sono state rese note le parole, segreti tra donne. Ma a Bloomberg tv, Lagarde si è mostrata raggiante: “Bene che sia una donna a capo della Fed, c’è un forte potenziale da incoraggiare”. Insomma, la finanza mondiale, la guida del corso del denaro, delle sue regole, della sua moralità (esiste la moralità del denaro?) è bene sia in mano femminili. Alla Lagarde il potere di amministrare la Banca delle Banche, della quale sono azionisti 187 Stati, e che – secondo le sue stesse parole al momento dell’insediamento, nel luglio del 2011 – ha il compito di “promuovere una crescita sostenibile, la stabilità macroeconomica e un futuro migliore per tutti noi”. Alla Yellen quello di decidere quanti dollari stampare, a quali interessi prestarlo e condizionare così la vita del magnate di Chicago e del pescatore della Micronesia. Due donne pressoché onnipotenti. Se si aggiunge che la Banca di Russia è in mano a un’altra signora, Elvira Nabiullina, siamo alla Trinità-donna. Tutto questo ha un senso o è un frutto del Caso? Hegel parlerebbe di “astuzia della Storia”, che alla fin fine è di genere femminile.

Un passo indietro. Andiamo al momento in cui nel 2011 viene scelta Christine Madeleine Odette (questo il nome completo, chiaramente proustiano, di Christine Lagarde) al comando del Fmi. Il predecessore Dominique Strauss-Kahn si era dimesso per lo scandalo di una violenza sessuale, poi rivelatasi inventata da una furba cameriera. Con chi sostituirlo? Toccava a un altro francese, come contrappeso alla preponderanza del capitale americano. In quella estate la finanza era al colmo del suo impazzimento. Cocci a terra, fulmini in cielo. La crisi esplosa nel 2008 si era rigonfiata (solo ora, fine 2013, facendo i debiti scongiuri, sembra perdere potenza distruttiva). Chi l’aveva condotta a quel punto, e con ciò, spingendo verso il baratro l’umanità? Uomini, nel senso di maschi. Vincitori di premi Nobel. Convinti che la finanza possa moltiplicarsi nell’iperspazio, a prescindere dalla finitezza del mondo. I greci direbbero: hýbris, empietà. Gli uomini-maschi non hanno i piedi per terra. Volano. Perdono il contatto con la dura e amata materia di cui è fatto il mondo. Credono di moltiplicare con strumenti virtuali la realtà. Ci credono. Finché sappiamo cosa è accaduto. Secondo calcoli prudenziali la moneta virtuale basterebbe a comprare undici volte i beni del mondo. Le ali di cera si sciolgono.

La donna – come ha dimostrato Kierkegaard con la sua analisi dell’universo femminile – ha la concretezza della maternità, della casa e delle cose. Per questo è bene che la finanza finisca in mani di questo genere. Certo, le due sono diversissime.

Christine Odette Lagarde ha 57 anni, e ha una finezza e una classe ineguagliabili. Incanta tutti. Non è una economista e neanche una esperta di finanze, quanto a studi. Viene dalla giurisprudenza. Coraggiosa, a 22 anni ha mollato Parigi e, partendo da stagista di un senatore americano, è approdata nel 1981 in un importantissimo studio legale (Baker & McKinzie), di cui, partendo da zero, ha asceso il vertice e moltiplicato gli affari. Insomma, non è una teorica dell’economia, ma è una che sa farsi valere in un mondo difficilissimo. Da lì è passata alla politica ed è stata più volte ministro, fino a essere voluta da Sarkozy al dicastero delle Finanze, dove è stata votata dal “Wall Street Journal” come la migliore dell’Eurozona.

Janet Yellen, direttore della Fed

Janet Yellen, direttore della Fed

Ci sono ombre? Be’, sì. La classica ombra che viene dipinta dovunque una donna si fa strada. Il servilismo verso un uomo. Nel nostro caso Sarkozy. Nel corso di una perquisizione a casa sua, per un’indagine che non ne ha scalfito l’eleganza e la flemma, è stata trovata la minuta di una lettera al presidente Sarkozy, perfidamente pubblicata dal quotidiano “Le Monde”. In essa dice al “Caro Nicolas”: “Usami per tutto il tempo che ti serve”. Lei non ha fatto un plissé e, con la classe innata per cui attraverserebbe senza inzaccherarsi e con i tacchi le Everglades infestate dagli alligatori, è tranquillamente sopravvissuta allo scandalo. E Sarkozy nel frattempo è naufragato. Chi ha usato chi? Ah, le donne.

Ora sta cercando di raddrizzare le vele del Fmi. Finalmente, sotto la sua guida, al Fondo monetario si sono accorti che hanno sbagliato tutte le previsioni. La causa è l’esagerato rigore e la troppa austerità, che non aiuta a pagare i debiti, ma peggiora i conti innescando la recessione. Auguri, Lagarde. Perché contro di te hai e avrai Angela Merkel. La quale invece – secondo la logica tedesca che vuole austerità degli altri, per spendere meglio in casa – non ne vuole sapere di politiche espansive. Vedi il caso Grecia. Sull’orlo della morte per una medicina troppo pesante.

Janet L. Yellen sembra il suo contrario, anzi lo è, dal punto di vista dell’immagine. I tailleur della Lagarde non riuscirebbe a infilarseli neanche con un corpetto di stecche di balena. Janet è una simpatica sessantasettenne, dalla corona di capelli bianchi. Non si sogna di virarli all’azzurro. Se li tiene in testa con onore. Qualcuno l’ha già definita la “nonna del dollaro”. Ma è tutt’altro che un’acqua cheta. In casa bada alle faccende domestiche e si inchina al marito, economista come lei, e premio Nobel del 2001, George Akerlof. Fuori di casa, però, il potere lo ha lei. È onnipotente. Le sue decisioni non possono essere sindacate o soggette a compromessi. Neanche il presidente Usa può apporsi. Al massimo può licenziarla. Con il marito ha scritto un libro famoso, in cui dimostrava che non è vero che il mercato per forza raddrizza le cose da sé, per una specie di tocco divino involontario. C’è bisogno di etica. C’è bisogno di politica. A volte di immettere denaro, di occuparsi di politiche che generino occupazione piuttosto che ingrassare le banche. È, infatti, contraria alla tesi della banche e dei loro manager garantiti dalla formula “troppo grandi per fallire”. È l’umanità che è troppo grande e importante per essere sottomessa allo strapotere della finanza.

In questo senso è donna. Come la Lagarde. Per questo è un bene che la finanza sia donna. E torni a essere uno strumento di sviluppo e di garanzia di futuro, come era in origine, prima che gli uomini la trasformassero in un pallone gonfiato e fatto esplodere sulla nostra testa da quei pazzi che credevano di aver trovato la pietra filosofale della ricchezza senza lavorare. Il contrario della qualità femminile, che dà solidità, finezza, preziosità alla vita, finanza compresa.