L’antidoto al male

Con abilità, competenza ma soprattutto grande umanità e spessore morale Nicodemo Gentile affronta le sfide di una professione legale non limitandosi alle aule dei tribunali. Dal fenomeno delle persone scomparse alla condizione dei detenuti di cui tratta nel suo libro appena uscito

di M. Elena Golfarelli

Sono molti i casi giudiziari che hanno segnato il passato e il presente della cronaca nera del nostro Paese, dall’omicidio di Meredith Kercher a quello di Melania Rea e Sarah Scazzi, fino al caso dei fidanzati di Pordenone, Teresa e Trifone, e alla piaga del femminicidio, spesso associata alla scomparsa di molte donne, il cui destino resta ancora oggi oscuro. Storie di delitti e violenza che hanno attratto l’interesse ossessivo dei media e della società. Una platea, soprattutto televisiva, affamata di dettagli e rivelazioni che ha iniziato a conoscere i volti dei protagonisti di queste vicende. Sono stati creati dei “mostri” e paradossalmente anche delle star – se pensiamo ad Amanda Knox – ma il fascino morboso esercitato dal delitto – e che investe spesso anche chi lo commette – non deve lasciare che venga sopraffatta la dimensione umana. La pensa così Nicodemo Gentile, uno dei penalisti e cassazionisti più affermati d’Italia, da anni impegnato nei processi maggiormente controversi e mediatici del Paese che ha difeso Rudy Guede, Salvatore Parolisi e Manuel Winston Reyes (reo confesso dell’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre nella villa dell’Olgiata) con strenua lealtà. Sempre un passo indietro rispetto alla ricerca di una facile visibilità e sempre un passo avanti sul piano dell’umanità che tutti gli riconoscono e della sensibilità con cui comprende i demoni interiori di persone che, innocenti o colpevoli, sono chiamate a confrontarsi con il dolore, la colpa, il male e le sue più tragiche conseguenze, per una vita intera. Disposto a sfide impossibili, come spesso le ha definite, pur di cercare giustizia per i suoi clienti, il legale originario di Cirò ha celebrato in qualità di difensore di parte civile i processi per gli omicidi di Sarah Scazzi, Teresa Costanza e del fidanzato Trifone Ragone, Roberta Ragusa, Guerrina Piscaglia, alcuni dei quali ancora in corso. Ma la grandezza di Nicodemo Gentile va oltre l’abilità forense di districarsi tra le carte e i meccanismi processuali. È la capacità di leggere l’animo umano e la forza di stare vicino a chi ha bisogno che lo hanno portato a impegnarsi profondamente nel sociale, al fianco di varie comunità e di associazioni come Penelope, che offre assistenza sotto plurimi profili, da quello psicologico a quello legale, ai familiari e agli amici delle persone scomparse. A riflettere la portata dell’uomo e del professionista è anche il libro appena uscito Laggiù tra il ferro – Storie di vita, storie di reclusi (edito da Imprimatur Edizioni), dedicato al padre, a Enzo Fragalà e a tutti i penalisti che hanno sacrificato sull’altare dell’onestà la propria esistenza. Nel volume Nicodemo Gentile apre una porta sul mondo del carcere, un mondo scomodo di cui si parla, ma senza mai soffermarvisi realmente. Fa parlare i detenuti, Nicodemo Gentile, non per guadagno o fama, ma per il desiderio di farsi portavoce dell’esperienza di chi il carcere lo vive ogni giorno sulla propria pelle. Un viaggio materiale e metaforico tra speranza e disillusione, attesa e disperazione, dove a fare da cicerone sono di volta in volta i suoi assistiti Salvatore Parolisi, Manuel Winston Reyes ma anche Angela Biriukova, Mario Trudu e Carmelo Musumeci, ex ergastolano ostativo. Testimonianze dure e dolorose ma che aprono spazi necessari per una riflessione evoluta e moderna sulla funzione riabilitante del carcere e sulle misure alternative alla detenzione.

Nicodemo Gentile

Nicodemo Gentile


Perché questo libro?
«Mi interessa capire e far capire come funziona il sistema carcerario o parte di esso – spiega il legale – raccontare la condizione dei detenuti, come si svolge la loro giornata, come occupano le ore, quali pensieri affollano la loro mente, quali emozioni riempiono la loro anima, con che spirito affrontano quotidianamente la loro vita dietro le sbarre. Consapevole però che solo chi abita quel posto, solo chi ne respira gli odori, chi ne sente i rumori giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, con la speranza di uscire o con la consapevolezza che quella sarà la sua tomba, solo chi si impregna degli umori acri della galera è, infatti, in grado di descriverne il carcere, non sarò io ma persone che ci vivono direttamente, con i loro scritti, o attraverso me che negli anni ho catturato – nei lunghi colloqui – le loro sensazioni e i loro disagi».

Guerrina Piscaglia, Roberta Ragusa, due vicende nelle quali l’intervento dell’associazione Penelope è stato determinante per riprendere la ricerca del corpo. Perché è importante non lasciare cadere il silenzio su questi drammi, ma fare di tutto per ottenere la verità?
«Per i familiari non basta la verità processuale; in entrambi i casi, infatti, almeno in primo grado, i presunti colpevoli sono stati condannati. Ciò, tuttavia, non soddisfa “la vita sospesa” dei loro cari, che aspettano, quantomeno, di avere un luogo fisico dove raccogliersi in preghiera e portare un fiore. La scomparsa non è né vita, né morte, ma “sospensione”, un dolore che ogni giorno si rinnova. Proprio per questo, in qualità di legale dell’associazione Penelope in tali vicende, ho richiesto nuovi cicli di ricerche anche con l’ausilio dei cani specializzati nella ricerca dei resti cadaverici».

Maria Chindamo e Irene Cristinzio, due scomparse ancora senza un perché. Si riuscirà mai a capire cosa realmente è successo?
«Due vicende umane devastanti, sicuramente due drammi che non hanno colpito solo le famiglie coinvolte, ma l’intera collettività. Storie maturate in ambienti difficili dove, per pervenire all’accertamento della verità inevitabilmente serve il contributo della società civile. Come legale, ho potuto constatare come le indagini, in entrambi i casi, sono silenziose, ma meticolose ed efficaci. C’è una fiducia incondizionata negli investigatori, che sicuramente riusciranno – in un territorio limitato – a trovare il bandolo di queste tristi storie, dove le vittime, ancora una volta, sono donne, mogli e madri».

Al 30 giugno sono 47.946 le persone scomparse in Italia. Un dato in forte aumento rispetto allo scorso anno, quando erano 11.044 in meno. Come affrontare questo fenomeno, che risente molto anche dei flussi migratori verso il nostro Paese?
«Il fiume degli scomparsi, purtroppo, sembra ingrossarsi sempre di più. Ormai non sono più procrastinabili l’attuazione di programmi preventivi e la creazione di figure professionali altamente specializzate; la scomparsa è, infatti, un dramma che impone un approccio qualificato e multidisciplinare. In questo mondo umanamente variegato, una particolare attenzione non può che essere rivolta ai migranti, molti dei quali minori non accompagnati, che costituiscono un’emergenza umanitaria da gestire con cura e responsabilità».

Cosa ne pensa del progetto di riforma del governo sulle intercettazioni, che mira a impedire a conversazioni non significative di entrare negli atti dei processi e dagli atti sui giornali? Si rischia di comprimere il diritto di cronaca?
«Si tratta di un tema “caldo” delicato che impone di contemperare il diritto di cronaca con l’abuso della notizia, che spesso ha reso ostensibili notizie e informazioni su soggetti coinvolti in un’indagine penale che nulla avevano a che vedere con la rilevanza pubblica del fatto. Condivido pertanto gli sforzi tesi a regolamentare tale materia, in quanto la pubblicazione di intercettazioni private non rilevanti è indegna di un Paese, perché non rispetta i diritti costituzionalmente garantiti a tutti i cittadini, compresi gli indagati».

Sono passati da poco dieci anni dall’omicidio di Meredith Kercher: la giovane inglese ha avuto giustizia?
«Si tratta di una vicenda umana e giudiziaria estremamente complessa e articolata, anche in ragione delle diverse scelte operate dagli imputati – il mio assistito Rudy Guede è stato giudicato con rito abbreviato, mentre gli altri due imputati con rito ordinario – e dei diversi esiti che hanno avuto i relativi processi. Si è raggiunta sicuramente una verità processuale, quella che i Giudici di Cassazione definiscono “umanamente accertabile e umanamente accettabile”; qualche pezzo, a mio avviso, manca, però ormai tecnicamente non credo che ci siano più margini per raggiungere una verità storica, che conoscono soltanto i protagonisti di questa vicenda».

Si è spesso occupato di reati perpetrati contro le donne, un fenomeno in aumento come segnalato anche dal ministero dell’Interno. Come combattere questa piaga?
«Sicuramente è necessario parlarne, in ogni sede, in modo serio e concreto. È un tema estremamente variegato, dove non ci sono zone franche: anche in famiglie apparentemente normali può germogliare il seme della violenza, quella più pericolosa e subdola, perché le vittime sono più riluttanti a denunciare. Prevenire, saper individuare tempestivamente quei segnali rivelatori che spesso anticipano la violenza conclamata, può servire a salvare delle vite».

Quanto è importante oggi il supporto delle investigazioni difensive in sede giudiziaria?
«Questo strumento è senz’altro utile e anche io spesso me ne sono avvalso. Il difensore ormai, da solo o con il supporto di tecnici, può essere determinante anche nella fase delle indagini, dove il “difendersi provando” può arricchire il materiale probatorio, consentendo una più rapida soluzione della vicenda giudiziaria. L’approccio del legale, a prescindere dalla parte che assiste, deve esplicarsi comunque nell’alveo della normativa e senza mai perdere di vista le regole deontologiche».

Le vicende giudiziarie dove manca il corpo rischiano di rimanere gialli irrisolti?
«No, ormai i giudici ritengono in modo pressoché costante che la mancanza del cadavere non sia ostativo all’accertamento delle responsabilità. Recenti sentenze confermano tale orientamento: si pensi alla sentenza di condanna nei confronti di Antonio Logli, che in primo grado, all’esito del giudizio abbreviato, è stato condannato per l’omicidio della moglie Roberta Ragusa ad anni 20 di reclusione, o alla pronuncia a carico di Padre Graziano, reo per la Corte di Assise di Arezzo, di aver ucciso Guerrina Piscaglia, che lo ha condannato alla pena di anni 27. Vedremo se tali sentenze reggeranno nei gradi di appello».