Rappresentano l'Italia migliore. La sua essenza e il suo modo di intendere la vita. Sono i grandi nomi della moda. Ma anche gli artefici di un'industria che porta nel bel Paese 51 miliardi di euro all'anno

R.F.

Noi che cosa esportiamo? A differenza di tutti gli altri paesi, compresa la Francia dello Champagne e del fois gras (vende il ricordo di un territorio e di una cultura, non la sua anima immortale, che se ne sta a Parigi), noi non esportiamo merci, noi esportiamo l’Italia. La sua essenza colorata, il suo modo di intendere la vita. L’abito (habitus) del vivere. Il profumo del vivere. Abito vuol dire modo di essere. Forma. E la forma non è l’esteriorità, ma il nostro disvelamento. Non è un’idea e basta. Non si limita a essere una filosofia eterea, che si comunica con parole. La filosofia italiana – a differenza di quella orientale – diventa prassi e materia. L’Italia si versa come latte e miele nelle giare secche di nazioni, paesi e popoli bisognosi di trasfusioni di bellezza. Non vende formule, l’Italia, ma offre al mercato qualcosa che gli altri non sono capaci di fare anche quando ci copiano, e falsificano criminalmente. Il nome, la griffe, non è un’etichetta appiccicata su prodotti casuali, il cui pregio è gonfiato dal marketing. Il nomen è omen: è destino. Be’, questa è la qualità unica dei geni italiani della moda. Il “vestire” la vita si traduce in tessuti e in fogge, e il buon odore del nostro cielo e della maniera di guardarlo e di pensarlo, entra nelle boccette colorate con scritto sopra Armani, Versace, Dolce e Gabbana; ed entrambi – sete e profumi – si adagiano poi sulla pelle di una donna rendendola se stessa e in fondo italiana. Perché l’Italia da che mondo e mondo è sempre stata universale, protesa con l’Impero Romano oltre se stessa e poi – piaccia o non piaccia – con la Chiesa cattolica che vuol dire universale, e non poteva che aver sede in Roma. Qui proviamo a descrivere con lo strumento umile della scrittura, i meriti e l’unicità di alcuni uomini e donne cui sarebbe buono e giusto inchinarsi. Innanzitutto Giorgio Armani, di cui dispiace notare non sia stato ancora onorato del laticlavio a vita. Senza voler fare graduatorie antipatiche, pochi come lui hanno “illustrato (nel suo caso, letteralmente) la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. In questo modo la Costituzione parla dei senatori scelti dal capo dello Stato. E chi più di lui? È l’essenza sobria e piena di eleganza del made in Italy. Quando nel 1996 Al Jazeera – che era già la massima espressione cultural-popolare del mondo arabo – mi contattò per una collaborazione, spiegò che interessavano tre personalità su cui costruire una trasmissione sull’Italia. Due erano politici, di cui non farò il nome. Unico esponente della società civile, ovvio, Giorgio Armani. Il made in Italy del resto s’identifica con lui. Interrogato sul tema, ne dà questa definizione, che in fondo è anche un autoritratto: «Bello, ben fatto e pensato in Italia. Dall’inizio alla fine».

Donatella Versace

Donatella Versace

Lui fu pensato e prodotto a Piacenza, nel 1934, da genitori che lo capirono in pieno e gli consentirono, dopo tre anni di studi di Medicina a Milano, di pensare e respirare alla Rinascente sotto le guglie del Duomo di Milano, dandole i suoi gusti nella scelta di quanto proporre ai clienti. Da allora Milano, il modo di vestire milanese, cosmopolita e pratico, sono Giorgio Armani. Non lo svolazzo, ma l’essenzialità. L’inversione e la contaminazione dei ruoli: ha dato dolcezza agli abiti da uomo, e forza ai tailleur delle donne, contaminando il maschile con il femminile, non nel segno del lusso, ma della qualità. Ha mostrato che il grigio è un colore e non l’assenza di colori. Armani è l’italiano che smentisce il luogo comune dell’imprecisione degli italiani connessa con la presunzione di essere poeti. È per la perfezione in modo maniacale. È il genio e insieme la regolatezza. La creatività con i conti in ordine. Parla il fatturato della sua azienda interamente italiana: 7.405 milioni di euro con oltre 2.200 punti vendita nel mondo. È diventato ricco, ma non contempla la sua potenza, e si carica ogni mattino di lavoro. Un Re che non conosce l’ozio e neanche la vacanza. Ho scritto Re. “King George” non è un appellativo di un mese fa per definire il presidente Napolitano, ma è il titolo della copertina di “Time” del 1982 dedicata ad Armani. E dire che era da soli sei anni che aveva presentato la sua prima collezione. Ma aveva già rivoluzionato tutto. La moda grazie a lui comprese che poteva essere un motore per l’economia. Spiegò: «Non quella borghese delle signore in atelier, ma quella che usciva dalle fabbriche, pensata da persone moderne». Eppure si fatica ancora a superare un limite mentale degli italiani. La moda e il tessile fanno arrivare nel Bel Paese 51 miliardi di euro l’anno. Eppure si fatica a uscire dallo schema che sia industria solo ciò che è a base di acciaio e petrolio. Il sottoscritto e voi che mi leggete, adesso siamo qui a testimoniare il contrario. In sintesi. Nessuno è global come lui proprio perché italiano. Lo stile proposto è quello incentrato alla comodità di abiti dal taglio orientale che reinterpretano le esigenze europee. Armani tra i primissimi ha proposto camicie con collo alla coreana sotto abiti di rappresentanza, pantaloni con fit comodo, tinte sobrie tra i toni del blu e del grigio. Massima eleganza senza velleità d’esibizionismo. C’è un altro nome grandissimo della moda italiana.

Miuccia Prada

Miuccia Prada

Se Armani era Bartali, Gianni Versace era Coppi. Sbagliato. Ho sbagliato a usare il tempo passato. Versace è morto, e tutti sanno come (ucciso) e dove (a Miami). Ma è immortale. Un artista dell’eccesso; così come Armani è quello della sobrietà. Eppure Armani ne ha compreso in pieno la statura, il suo “cuore delicato”. Nella prefazione del libro di Tony di Corcia lo ha ricordato così: “…una fantastica esuberanza, un senso di allegria che tutto mescola – idee, tendenze, memorie, arte – con una specie di noncurante vitalità”. Parola chiave: “classicismo”. La testa di Medusa che contraddistingue il marchio affonda le radici in un’ideale Magna Grecia da cui Gianni proveniva. Arrivato a Milano dalla Calabria, Gianni aprì la strada a una moda celebrativa e decorativa, colori forti, sgargianti, i contrasti delle tinte pastello con l’oro tipico dei drappi settecenteschi. Una immersione nell’eterno. Con l’arrivo della sorella Donatella alla direzione creativa del brand, il tocco femminile ha conferito una sensualità unica nel prêt-à-porter donna e un’eleganza eccentrica per l’uomo. Il tutto regolato dalla saggezza di Santo, il primogenito, elegantissimo nel pensiero e pronto a dar consistenza manageriale alla grandezza artistica dei fratelli, ora pronto ad accogliere nel gruppo un socio di minoranza. Tanti ancora sono i marchi protagonisti. Ma i marchi della moda sono anzitutto lo stile della persona che le ha fatto muovere i primi passi nel successo. Cosi Miuccia Prada. È vero che la grande signora della moda ha assunto la guida della ditta degli avi. Ma è lei ad averla lanciata. La sua creatività è diventata ordinata e ha acquisito la quadratura dell’imprenditorialità con il matrimonio con Patrizio Bertelli. La parola chiave per capire la sua impronta sul mondo è “Luna Rossa”. L’idea della sfida per mare. Il rischio pieno di slancio e di bellezza, nella solidità del progetto. Gucci. La parola chiave “rigore”. La doppia G fiorentina è l’eccellenza del made in Tuscany. Uno stile minimal eppur rigoroso, mai banale, ha consentito al brand di spaziare e diversificare le linee del proprio campionario. Un must nella pelletteria è il bauletto con manici in bamboo. Ultima ma non meno importante, è stata l’acquisizione della Ginori, eccellenza toscana per le ceramiche, per un rilancio in grande stile senza perdere il marchio. Cavalli: parola chiave “savana”. L’animalier è la cifra stilistica del fiorentino Roberto Cavalli, che ha coniugato nel tempo l’eccentricità delle stampe con tigri, pantere, zebre anche e soprattutto allo stile femminile per le grandi occasioni. Ha sfondato con la sincerità del suo graffio. Dolce&Gabbana: parola chiave “sicilianità”. O ancora, amore e morte, eros e thanatos. Vulcano e agrume, profondità del mare e schiuma misteriosa. Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno consegnato all’alta moda lo stile archetipo della loro Sicilia. Ad esempio. Abiti maschili gessati, tre pezzi, tagli vintage ma sempre attualissimi per uno stile senza tempo. Ad esempio. Madonna. E quell’incredibile splendido accostamento tra il suo stile, Scarlett Johansson e la voce di Mina. Trussardi. Parola chiave: “velocità”, luce nel buio. Il levriero nel marchio e nella pelle, bellissima, unica, giovane. Insomma, la moda è uno dei vertici del nostro export. La moda è eterna perché mutevole, nata com’è dal nostro bisogno di cambiamento. E nessuno sa interpretarlo come gli stilisti italiani.