La sfida sull’agroinnovazione

Le filiere guidaranno i processi alimentari innovativi. Ma serve consapevolezza e gioco di squadra.

Giacomo Govoni

Connettere, ampliare e promuovere l’innovazione in campo alimentare, continuando a finanziare la ricerca nel solco tracciato da “Horizon 2020”. È questo l’obiettivo di “Food 2030”, programma europeo su ricerca e innovazione che definisce il nuovo quadro politico per affrontare le prossime sfide verso un’alimentazione sostenibile e sana, l’adattamento ai cambiamenti climatici, la circolarità e l’efficienza delle risorse. Una road map per i modelli alimentari del futuro alla quale l’ultima edizione di Ecomondo ha dedicato un’intera giornata di approfondimento, promossa tra gli altri da Confagricoltura. «Si chiama Food 2030 – spiega il presidente Massimiliano Giansanti – perché l’idea è quella di collegarsi ad “Agenda 2030” dell’Onu, focalizzandosi su grandi aree tematiche quali la nutrizione per diete sostenibili e salutari, i sistemi alimentari ambientalmente resilienti, i sistemi alimentari circolari ed efficienti».

Massimiliano Giansanti
Massimiliano Giansanti

Da che posizione parte l’Italia in questa partita?
«L’Italia non può che condividere il percorso di crescita dell’agroalimentare, sui binari indicati da Bruxelles con il programma “Food 2030”. Nell’agroalimentare dovranno essere rafforzate le aggregazioni tra i produttori e le relazioni tra i diversi attori settoriali».

Durante la tavola rotonda su questo tema svoltasi a Ecomondo, lei ha sottolineato l’importanza delle filiere come cardine dei nuovi modelli produttivi nel mondo dell’agrifood. Quali sono gli esempi virtuosi già in campo in questo senso?
«Le filiere dell’agrobusiness nazionale sono fondamentali, valgono 280 miliardi di euro e rappresentano il 17 per cento del Pil nazionale; mentre l’export agroalimentare vale il 9 per cento di quello complessivo per un importo stimato quest’anno in 40 miliardi di euro. Bisogna partire da una nuova consapevolezza produttiva, rinnovando con meno impatto sull’ambiente e fornendo più cibo a una popolazione mondiale in aumento. Il tutto valorizzando possibilmente i prodotti ottenuti da materie prime nazionali. Per far ciò leve indispensabili sono l’innovazione tecnologica e digitale, come il web e i nuovi canali di e-commerce. In Italia di grandi gruppi agroindustriali virtuosi ce ne sono tanti: al nostro convegno a Ecomondo sono state illustrate le iniziative di Barilla, Caviro, Orogel, Fileni, Gruppo Rago, che già agiscono in modo sostenibile».

Nel panorama agricolo italiano, quali sono invece le filiere più in ritardo sulla strada della competitività e della capacità di organizzarsi nell’ottica di un miglior presidio dei mercati esteri?
«Sulla capacità di aggregazione e di fare rete credo ci sia un’esigenza generalizzata. Una delle priorità della Pac 2014-2020 è proprio “incentivare l’organizzazione della filiera agro-alimentare” coinvolgendo tutte le sue fasi, dall’agricoltura, alla trasformazione, ai canali distributivi. Dobbiamo pure riflettere sull’export di alcuni altri prodotti trasformati dove, spesso, la componente di materia prima nazionale è ancora scarsa e l’industria di trasformazione si avvale di prodotto importato: la pasta, l’olio di oliva, solo per fare due esempi. Qui dobbiamo lavorare in filiera per valorizzare il prodotto ottenuto a partire da materie prime nazionali, senza facili scorciatoie».

Nella sfida alimentare europea, che mette al centro anche la sostenibilità ambientale, che ruolo possono giocare i nostri biodistretti?
«Il biologico non è più un mercato di nicchia e nel futuro aumenterà certamente la richiesta di prodotti a forte valore aggiunto, come quelli di origine animale (latte, yogurt, formaggi) e vegetale. Ma non bisogna dimenticare che sposare il biologico significa sposare un’idea e non inseguire una moda o una semplice promessa di maggior peso economico delle produzioni».

In questo senso, la nuova normativa sull’agricoltura biologica può cambiare qualcosa?
«Il nuovo regolamento europeo sull’agricoltura biologica, che attende solo il voto formale del Parlamento, in origine era un testo coraggioso presentato dalla Commissione europea che prevedeva l’innalzamento degli standard di qualità e controllo dei prodotti bio. Ma in quattro anni di discussione ha subito molti emendamenti riducendo la portata innovativa iniziale. All’Italia spetterà il compito di spingere affinché la Commissione ne dia piena attuazione per colmare comunque alcune carenze. Confagricoltura è già fortemente impegnata anche tramite il Copa Cogeca, dove detiene la vice presidenza del gruppo sull’agricoltura biologica che collaborerà con la Commissione per la redazione degli atti delegati ed esecutivi».

A Ecomondo ha dichiarato che l’agro-innovazione deve essere prima di tutto culturale. Cosa occorre per compiere questo definitivo di qualità e a chi spetta il ruolo di traino in questo percorso di svolta?
«L’innovazione non investe solo le imprese, ma tutte le filiere. Per questo dico che deve essere, oltre che tecnologica, “culturale”: penso a una crescita della consapevolezza che rafforzi le aggregazioni grazie a un gioco di squadra delle filiere, non tirando la coperta corta da una parte o dall’altra. Bisogna superare dialettiche e sterili contrapposizioni agendo, finalmente, in modo coeso per un comune obiettivo, che è quello di valorizzare i nostri prodotti e il nostro sistema agricolo, sia sul mercato interno sia per portare il made in Italy nel mondo».