La legge del talento vince

Avvocato, manager, innovatrice, madre. Ma soprattutto donna, dalla parte delle donne. Claudia Parzani racconta i passaggi salienti della sua carriera e della sua battaglia per la promozione della leadership femminile

di Giacomo Govoni

La casa in cima alla collina, quella che sognava da ragazza quando muoveva i primi passi sulla strada del diritto societario, oggi è la sua casa. Non solo. Nell’arco di pochi anni Claudia Parzani, unica partner donna dello studio legale internazionale Linklaters inserita dal Financial Times tra i 10 avvocati più innovativi d’Europa, l’ha trasformata idealmente in un cottage professionale di lusso. Dolce approdo di una strada percorsa ogni giorno con tenacia e passione. «Nel tempo quella strada è diventata molto sofisticata – spiega Parzani – e la mia casa, là in cima, diversa da come la immaginavo. Ha molte più stanze, molte più viste».

Claudia Parzani

Claudia Parzani


Cosa si è aggiunto al panorama che si gode da lassù?
«All’amore per il diritto finanziario e per il mondo bancario ho unito quello per la corporate governance. E poi una vera passione: quella per i temi di genere. Insieme alla voglia crescente di lasciare alle mie 3 figlie, alle figlie dei miei amici e alle bambine di questo Paese un mondo pieno di opportunità, dove la meritocrazia è la regola e l’incarico a una donna non fa più notizia. Ho sempre scelto mano a mano le cose si trovavano innanzi a me, quasi sotto ai miei piedi. Non dico di non essere stata ambiziosa, ma ho sempre scelto quello che mi faceva stare bene e mi piaceva. Ho fatto di tutto per divertirmi dove ero e con quello che stavo facendo».

Quando ha capito che fare l’avvocato era la sua vocazione e quali doti l’hanno portata ad arrivare così in alto in così poco tempo?

«Ho sempre pensato di essere un avvocato, almeno credo. Ho sempre amato usare la mia voce per chi ne aveva meno, difendere gli altri, abbracciare una causa, farla mia e poi di tutti. All’università mi sono appassionata al diritto societario, al mondo dei mercati finanziari, delle quotate, società “aperte” anche ai piccoli investitori. Sono diventata un avvocato di finanza, volevo arrivare lì, ma quando ho iniziato non c’era la strada e forse nemmeno la casa in cima alla collina. Sentivo che sotto i miei piedi si srotolava il manto del diritto dei mercati finanziari, ma in quel momento era in gran parte una strada in costruzione».

Nella sua carriera si è occupata di ristrutturazioni, ricapitalizzazioni e fusioni bancarie. Come si approccia questo genere di clientela e quali operazioni ricorda con maggior orgoglio?
«Mi sono ugualmente appassionata a ogni mio cliente con dedizione totale. Ho sempre guardato l’intero con una visione di lungo per immaginare l’operazione, ma poi ho affrontato tutto a piccoli passi, costruito, smontato, ripensato, ottimizzato. L’approccio è sempre lo stesso: cerco di capire gli obiettivi e mi ingegno per trovare soluzioni per raggiungerli in modo efficiente e nel minor tempo possibile. Sono molto felice di avere seguito le principali operazioni di aumento di capitale che hanno portato al rafforzamento patrimoniale di gran parte delle banche italiane: continuo però a pensare che il sistema politico e quello bancario avrebbero dovuto comprendersi meglio».

Il Financial Times la considera uno dei legali più innovativi d’Europa. Innovativa in che senso? E in riferimento a quali vicende giudiziarie?
«Sono stata premiata principalmente per l’innovazione tecnica portata nell’esecuzione degli aumenti di capitale e nella modalità di documentarli. E poi per un progetto chiamato “In the boardroom” sviluppato in collaborazione con Valore D, associazione di grandi imprese per la promozione della leadership femminile che ho presieduto fino a giugno 2016, per formare donne di talento che aspiravano a ricoprire la posizione di consigliere di società quotate. Il programma è stato lanciato poco prima dell’entrata in vigore della legge Golfo-Mosca sulle quote di genere e ha rappresentato un’innovazione. Sia perché ha dato risposta immediata a una modifica legislativa, sia per i contenuti del programma, che in 3 anni ha formato circa 230 donne».

In generale, qual è la sua idea di giustizia e verso quali orizzonti si augura possa tendere in futuro?
«Per me giustizia vuol dire equilibrio. Non credo sia un caso che la mia casa professionale la immagini su una collina, a rischio di bilico, ma in realtà in un equilibrio quasi miracoloso. Giustizia vuole dire riuscire a bilanciare interessi contrapposti e diversi. Ascoltare e poi rispondere. Esserci e fare insieme. Mi sembra che negli ultimi anni le disparità e le disuguaglianze si siano acuite e spero che si recuperi al più presto un equilibrio: la crescita economica non è sufficiente per ridurre gli squilibri se non si tratta di una crescita “inclusiva” che coinvolga non solo la dimensione economica, ma anche quella sociale e ambientale».