Jobs Act, qualcosa si muove

In un mercato del lavoro dall’andamento ancora oscillante, due trend inducono all’ottimismo: l’aumento delle stabilizzazioni e la riduzione degli inattivi, che riemergono dal “limbo” della sfiducia e si rituffano alla ricerca di un posto

Giacomo Govoni

Marzo incolore, aprile bene, maggio senza sussulti, giugno con più stabilizzazioni ma con un tasso di disoccupazione che non vuol saperne di abbassarsi. Per un saldo complessivo del mercato del lavoro che tuttavia ha chiuso il semestre con il segno più, specie in termini di incidenza del contratto a tempo indeterminato sui nuovi posti, salita dal 13 per cento del 2014 all’attuale 17,7 per cento. Strati di sofferenza permangono in particolare nella fascia giovanile, in uno scenario generale che risente ancora di un andamento altalenante, sul quale però il ministro del lavoro Giuliano Poletti non fa drammi. «Si tratta di fluttuazioni tipiche di una fase in cui la ripresa economica comincia a manifestarsi».

Giuliano Poletti
Da quali fattori sono determinati questi alti e bassi?

«È probabile che questi si verifichino sia per effetti legati alla stagionalità, ad esempio picchi aziendali da coprire con contratti a termine, sia per cautela degli imprenditori più inclini a stabilizzare dopo la pausa estiva, legando le decisioni alle aspettative sulla ripresa della domanda interna. In ogni caso, già in questi primi mesi dell’anno si sta consolidando una tendenza a un significativo aumento della percentuale dei contratti a tempo indeterminato».

Un aumento legato soprattutto a processi di stabilizzazione e in misura più contenuta a nuove assunzioni. È un trend in linea con le vostre aspettative, e in linea generale, com’è stato recepito il contratto a tutele crescenti dal mercato?

«Mi pare che l’accoglienza del contratto a tutele crescenti sia stata positiva. Il dato che emerge è quello di una complessiva stabilizzazione dei rapporti di lavoro che produce un mercato del lavoro qualitativamente migliore, con lavoratori le cui prospettive di vita cambiano in positivo e possono dare anche una spinta alla ripresa dei consumi. E questo è in linea con le nostre aspettative. Del resto, il nostro obiettivo è proprio quello di far sì che il contratto a tempo indeterminato diventi la modalità ordinaria di assunzione».

Con quali strategie ad hoc ne state incentivando il ricorso?

«Oltre a renderne più certa l’applicazione sotto il profilo normativo, abbiamo destinato risorse importanti per renderlo meno costoso rispetto alle altre tipologie contrattuali. Risorse che vanno ad aggiungersi alla decontribuzione triennale per gli assunti nel 2015, l’eliminazione dalla base di calcolo dell’imponibile Irap della componente costo del lavoro derivante da contratti a tempo indeterminato. E intendiamo confermare questo orientamento anche nei prossimi anni, rendendolo strutturalmente meno costoso degli altri».

Pur ammettendo che la situazione è in via di miglioramento, Istat rileva che dopo una buona partenza, l’impatto del Jobs Act sul tasso di disoccupazione si è mitigato. Come se lo spiega?

«In coda a una crisi lunga e pesante, ritengo normale che a un aumento degli occupati possa seguire un calo nel mese successivo. Cosa diversa è il tasso di disoccupazione, per il quale va considerato l’effetto di due fenomeni che concorrono a incrementarlo. Uno è quello che nel momento in cui lavoratori di aziende in crisi da anni terminano il periodo coperto dagli ammortizzatori sociali, purtroppo diventano, anche statisticamente, disoccupati. L’altro è quello dei cosiddetti “inattivi” che, magari perché hanno ripreso un po’ di fiducia, ricominciano a cercare lavoro e vengono classificati come disoccupati. Inoltre, da 6 mesi si riduce in modo costante l’uso della cassa integrazione: anche questo è lavoro in più».

A fronte di un mercato del lavoro nazionale che si sta gradualmente rianimando, sul tavolo resta il tema dei salari, inferiori alla media europea. Quali misure state studiando su questo terreno e quando le vedremo inserite fra le norme di attuazione del Jobs Act?

«Questo governo ha adottato una misura di carattere strutturale, quella degli 80 euro nella busta paga dei lavoratori con redditi medio-bassi, che costituisce un incremento salariale non trascurabile. Inoltre, anche aumentare la stabilità del mercato del lavoro, eliminando i contratti più precari, può determinare salari più alti. Comunque, credo che il tema dei salari spetti al confronto tra le parti sociali. Non è un caso che abbiamo lasciato alla loro autonomia negoziale il tema del salario minimo. L’auspicio è che possano raggiungere un accordo non solo su questo, ma anche su una riforma contrattuale che possa avvicinare maggiormente salari e produttività».

Con gli ultimi decreti delega che vanno a integrare il Jobs Act, avete introdotto un assegno di ricollocazione per disoccupati. Come funzionerà, chi ne avrà diritto e come si inserisce questo provvedimento nell’impianto delle politiche attive di ricollocamento al lavoro?

«L’assegno di ricollocazione, che non costituirà reddito imponibile, andrà a favore dei soggetti la cui disoccupazione ecceda i sei mesi. La somma, graduata in funzione del profilo di occupabilità, sarà spendibile presso i Centri per l’impiego o presso i soggetti accreditati a svolgere funzioni e compiti in materia di politiche attive del lavoro. Si tratta, come è evidente, di uno strumento in linea con un’impostazione di fondo molto diversa da quella tradizionale: si passa dalla logica del puro sussidio economico alla “presa in carico” della persona, al mettersi al fianco di chi ha perso il lavoro per aiutarlo a trovarne un altro, legato a condizioni e impegni che la persona deve rispettare».

Commentando gli ultimi dati sull’occupazione, lei ha detto che “la situazione non è ancora stabilizzata”. Senza avventurarsi troppo avanti, quali progressi è lecito attendersi di qui a fine anno e quando pensa che le fluttuazioni potranno terminare?

«Penso che la situazione migliorerà se riusciremo a consolidare i segnali di ripresa. È un obiettivo che dobbiamo impegnarci a conseguire, perché è possibile farlo. Non credo sia un caso, del resto, che Confindustria abbia rivisto al rialzo le sue stime relative al Pil del 2015 e 2016 e che l’Istat abbia registrato, anche in giugno, una sensibile crescita della fiducia di consumatori e imprese. Per questo credo che vada mantenuto costante l’impegno a portare avanti il percorso di riforme avviato, in modo da favorire e sostenere le condizioni per una ripresa più marcata».