Il fashion fa sistema

Un passo avanti storico per il made in Italy. La filiera della moda, uno dei settori trainanti del nostro Paese, fa squadra per sostenere con più forza le proprie battaglie. L’analisi di Claudio Marenzi

di Francesca Druidi

Il fashion italiano parlerà presto con un’unica voce, pronto finalmente a fare sistema. Dal primo gennaio 2018 diventerà, infatti, operativa Confindustria Moda, una federazione da 88 miliardi di fatturato, 67mila imprese coinvolte e 580mila addetti, in cui confluiranno le realtà di Sistema Moda Italia e quelle aderenti a Fiamp (Federazione italiana dell’accessorio moda e persona). Primo presidente della neonata maxi-federazione è Claudio Marenzi, presidente uscente di Sim e attuale guida di Pitti Immagine ed Ente moda Italia, a cui chiediamo di delineare le traiettorie di sviluppo del settore.

Claudio Marenzi

Claudio Marenzi


Qual è il suo bilancio alla presidenza di Smi?
«Posso dire con certezza che il percorso intrapreso in Smi è stato molto ricco di sfide e soddisfazioni, uno dei più appaganti della mia carriera. È stata una grande opportunità essere alla guida di una struttura in evoluzione, un’associazione che nel corso degli ultimi anni ha consolidato il proprio ruolo fino a contribuire in maniera decisiva a dar vita a un nuovo ecosistema – Confindustria Moda – rappresentante l’unione degli artefici dell’eccellenza del tessile e dell’accessorio italiano. Dal 2013 a oggi, importanti passi avanti sono stati compiuti per tutelare il comparto, anche grazie al contributo dei miei collaboratori che desidero ringraziare per il lavoro insieme svolto. L’istituzione della Commissione Sostenibilità Ricerca & Innovazione di Smi ne è un esempio. Grazie al lavoro della Commissione è stata ideata e creata una lista di standard di qualità e di sostenibilità che interessano il processo produttivo dell’intero settore. L’obiettivo è rendere il prodotto finito parte di un’economia circolare 100 per cento riciclabile. La sostenibilità non è e non sarà mai una moda, ma un dovere nei confronti del nostro pianeta. E sono orgoglioso di essere stato fautore anche di tale progetto durante il mio periodo di presidenza in Smi».

Quale l’importanza strategica e culturale del fare sistema? Quali saranno le priorità di azione di Confindustria Moda?
«L’esigenza di riunire l’intero comparto moda, tessile e accessorio in un unico ente si era materializzata già dieci anni fa, mancavano però l’esperienza, i numeri, l’affermazione dell’identità del made in Italy. Oggi, dieci anni dopo la creazione della Fiamp, grazie anche all’esperienza maturata in Smi e grazie al successo riscosso negli anni dalle diverse associazioni, siamo pronti a muoverci insieme, in un’unica federazione che ci permetta di divenire la terza industria italiana in ordine di grandezza e importanza all’interno di Confindustria. Confindustria Moda, con i suoi 88 miliardi di fatturato, ci consente di sfruttare al meglio le potenzialità del settore in termini di rappresentanza in sede istituzionale e politica. L’obiettivo è offrire maggiori tutele e servizi alle imprese associate. Ci presenteremo sul mercato da unico player in grado di cogliere le opportunità di sinergie che si presenteranno con la celerità e l’elasticità che oggi il mercato richiede. Offriremo ai nostri associati servizi quali consulenza legale, gestione delle relazioni industriali e uno strutturato ufficio per gli studi di settore».

Sostenibilità, innovazione, Industria 4.0. Come si declinano queste parole d’ordine nel futuro del settore?
«Se vogliamo che l’industria della moda italiana continui a essere una delle principali industrie al mondo, dobbiamo affrontare le sfide sapendo innovare e facendo tesoro della nostra esperienza. In questo senso, penso che l’industria 4.0 debba essere il nostro obiettivo e possa essere un acceleratore di crescita per l’economia. Attualmente su questo fronte siamo indietro in Italia, le nuove tecnologie fanno fatica a trovare una posizione all’interno delle aziende. È necessario investire sulla cultura, sulla formazione del capitale umano per far fronte alle nuove competenze richieste dall’industria 4.0 e soltanto in seguito si potrà procedere a un imponente intervento innovativo all’interno delle imprese. Siamo all’alba di una profonda riorganizzazione aziendale che vedrà evolvere l’environment a cui siamo abituati, al fine di ottenere un maggiore efficientamento produttivo ed energetico perché, come ho già detto, la sostenibilità non è una scelta, ma un dovere. In Herno, azienda di abbigliamento di cui sono presidente, già dal 2015 abbiamo iniziato a investire sulla sostenibilità. Insieme a Eurojersey e Radici Group, abbiamo, infatti, presentato a Bruxelles il progetto “Pef” (Product environmental footprint, Impronta ambientale di prodotto), un progetto per la misurazione dell’impatto ambientale dei prodotti».

Si prevede un trend positivo per le esportazioni. Come valuta lo scenario dei mercati internazionali, di fronte alle tensioni geopolitiche e alla Brexit?
«L’export è storicamente una sfida, il rischio è sempre quello di focalizzarsi troppo su singoli mercati, aumentando in questo modo il rischio intrinseco di mercato. Metà dell’export italiano è legato alla moda: 26 miliardi sui 52 di export italiano. Per non parlare dell’export digitale del made in Italy, dove la moda rappresenta il 60 per cento delle vendite. Come sistema puntiamo ad aumentare le collaborazioni e le sinergie estere in modo da poter aprire nuove vie di commercio alle imprese associate e diversificare il rischio. Inoltre, penso che dovremmo focalizzarci maggiormente sul recupero del mercato interno dove soffriamo ancora dal dopo crisi».