Il gioiello italiano nel mondo

Grazie a programmi di penetrazione internazionale come il Jewellery Export Lab, le imprese italiane dei metalli preziosi guadagnano quote nei mercati d’oltreconfine. Con Ivana Ciabatti analizziamo le ulteriori rotte di sviluppo.

di Giacomo Govoni

Un servizio “su misura”, con incontri specifici e assistenza personalizzata, finalizzato ad accompagnare all’estero le aziende orafe. È il senso di “Jewellery Export Lab”, programma di affiancamento degli imprenditori nel processo di internazionalizzazione presentato da Agenzia Ice e da Confidustria Federorafi. Una progettualità totalmente nuova, sperimentata in questi mesi nei principali distretti italiani, che mira a dare ulteriore impulso all’industria italiana del gioiello. Tanto più in questa fase di lieve risveglio del consumo mondiale di preziosi, dopo un 2016 che aveva chiuso col fiato corto. «Nella prima parte dell’anno invece – rivela Ivana Ciabatti, presidente di Confindustria Federorafi – la domanda globale di gioielleria è in aumento circa dell’1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Comunque resta inferiore alla media degli ultimi cinque anni».

Ivana Ciabatti

Ivana Ciabatti


Come si inserisce la nostra filiera dell’oreficeria, dell’argento e dei preziosi in questo trend, quali segmenti sono in progresso e quali versano ancora in sofferenza?
«Anche in Italia i dati della produzione nel 2017 mostrano un piccolo incremento grazie anche a uno scenario internazionale migliore rispetto all’anno passato. Certamente l’alto di gamma e i brand stanno andando meglio dell’oreficeria cosiddetta “a peso”. Molti risentono delle difficoltà di alcuni mercati molto importanti per le nostre esportazioni come gli Emirati Arabi Uniti e l’area del Nordafrica. Uno dei pochi mercati in controtendenza è quello statunitense dove i dati dei consumi di gioielleria italiana sono confortanti. Tuttavia le prospettive rimangono condizionate dal continuo clima di incertezza che aleggia un po’ ovunque e dai vari rischi geopolitici».

Da tempo portate avanti un piano di internazionalizzazione del distretto orafo a braccetto con Ice. Lungo quali direttrici principali si articola?
«Si tratta di un Piano integrativo per la gioielleria aggiuntivo a quello messo a punto dal Mise per i settori manifatturieri italiani con il Piano straordinario per il made in Italy. Si basa su tre grandi direttrici strutturali finalizzate non solo a incrementare le perfomance esportative delle imprese del settore, per la stragrande maggioranza piccole più che medie, ma ad accrescere le capacità di penetrare e consolidarsi nei mercati internazionali. La concorrenza è spietata e spesso parte da vantaggi e incentivi che le imprese italiane non possono neppure immaginare: mi riferisco ad esempio ai dazi doganali che impediscono l’accesso diretto dei gioielli a una quota di consumatori mondiali pari a oltre il 60 per cento».

In quali accordi si traduce il vostro impegno in questa direzione?
«Ci muoviamo per migliorare la qualità degli strumenti che Ice/Mise mette a disposizione, lavorando per profilare meglio le liste dei buyer e dei media internazionali che incontrano le nostre imprese nelle fiere principali come Vicenzaoro, nei workshop o nelle missioni di acquisto; per formare gli imprenditori e per consolidare il loro processo di internazionalizzazione attraverso il progetto Jewellery Export Lab e, infine, avviando progetti speciali come quello attivato con la Gdo Usa che in un anno e mezzo ha permesso a oltre 130 aziende di entrare in contatto con nuovi clienti americani».

Torniamo al “Jewellery Export Lab”, appunto. In cosa consiste esattamente questo format?
«Il JEL si sviluppa attraverso tre fasi: un audit/colloquio iniziale dove si valuta l’azienda e le attese dell’imprenditore in termini di performance sui mercati internazionali, 64 ore di “aula” dove docenti ed esperti interagiscono con gli imprenditori su differenti aree: dalla country analysis alla creazione di un team per l’export, dall’approccio dei mercati e dei distributori, dalla comunicazione alla contrattualistica e alla protezione e tutela del marchio. Infine abbiamo previsto la terza fase di coaching, con la presenza di un consulente in azienda scelto dall’imprenditore per assisterlo nell’implementazione di uno o più concetti elaborati durante il corso».

Quali percorsi innovativi prevede, ad esempio, sul versante digitale?
«La parte del digital e del web marketing è sicuramente tra le più “gettonate”. Anche durante le fasi in aula ha raccolto un elevatissimo consenso e interesse tra tutti gli 80 imprenditori presenti. Devo dire che tutte le aree trattate hanno raggiunto livelli di soddisfazione prossimi al massimo e stiamo già elaborando il programma per il 2018 con un focus specifico sul digitale».

A febbraio è stata riconfermata vicepresidente della EFJ, federazione europea dell’industria del gioiello. Su quali iniziative prioritarie si concentrerà l’attività federale nei prossimi mesi?
«European Jewellery Federation sta portando avanti le principali tematiche dove occorre avere un’interfaccia a Bruxelles nei confronti della Commissione e del Parlamento europeo. Con EFJ stiamo seguendo con attività di white lobby la proposta di regolamento Ue per il made in obbligatorio, i limiti all’utilizzo del contante, l’impatto sulle imprese, soprattutto Pmi, del Regolamento europeo appena approvato riguardante l’oro “conflict free” e infine la tematica dei dazi, dove stiamo spingendo per il loro azzeramento negli accordi bilaterali come è già successo con la Corea del Sud e più di recente con il Canada. Ora sembra alle porte anche un accordo addirittura con il Giappone e non disperiamo che possa riprendere il negoziato con gli Usa».

Guardando alla dimensione nazionale, contraffazione e abuso di marchi sono autentiche minacce per le nostre “boutique” del lusso. Come occorre intervenire sul piano del contrasto al fenomeno?
«La contraffazione e l’abuso dei marchi sono una piaga che deve essere combattuta e stroncata in Italia e all’estero. Non è sicuramente facile, ma occorre fare di più. In Italia gli strumenti legislativi sembrano esserci, quello che manca è il controllo sul territorio e anche una coscienza civica sui reali danni che si causano acquistando prodotti contraffatti. Occorre avviare un percorso informativo fin dai primi anni di scuola per educare i nostri ragazzi all’acquisto consapevole di un prodotto bello e fatto nel rispetto delle leggi e della proprietà intellettuale».

In ottica di rilancio e di sostegno uno dei comparti di punta del bello e ben fatto italiano, quali interventi legislativi ritiene prioritari per il futuro?
«Sicuramente semplificare le normative fiscali per evitare duplicazioni di oneri e burocrazia. Stiamo anche lavorando per incrementare l’utilizzo di alcune innovative tecniche come la marcatura laser dei marchi e l’implementazione del “principio di equivalenza”: due strumenti utilissimi per migliorare le nostre capacità di competere con altri Paesi, soprattutto extra-Ue. Anche l’aspetto della promozione dell’immagine del gioiello è al centro delle nostre politiche, per “sdoganarlo” e avvicinarlo alla moda. Proprio in questa direzione va letta l’entusiastica adesione di Federorafi all’iniziativa del Mise tesa a rilanciare le fashion week milanesi attraverso l’evento “Milano XL – La Festa della Creatività Italiana” che dal 16 al 26 settembre vedrà la gioielleria presente con “Il Salotto delle Gioie”, un allestimento prestigioso nell’ottagono della Galleria Vittorio Emanuele».