Farmaceutica, locomotiva del Paese

Occorre un ricambio generazionale e una migliore accessibilità alle terapie innovative. La farmaceutica però continua a crescere di anno in anno

di Giacomo Govoni
Massimo Scaccabarozzi
Massimo Scaccabarozzi

Gli over 65 italiani in buona salute sono saliti dal 18 per cento al 29 per cento; la mortalità per malattie cardiovascolari è diminuita del 30 per cento. Sono solo due esempi che spiegano i passi da gigante compiuti nell’ultimo decennio dall’industria farmaceutica made in Italy, settore locomotiva dal 2010 a oggi in termini di crescita produttiva. «Negli anni critici della crisi – sottolinea Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria – la farmacia si è imposta come comparto anticiclico per eccellenza registrando un progresso del 14 per cento, mentre il resto della produzione industriale faceva segnare una flessione media del 7 per cento».

Anche la vostra indagine evidenzia che l’industria farmaceutica è il settore che dal 2010 al 2017 ha conosciuto la crescita più alta. Quali altri indicatori riflettono meglio questo trend?
«Innanzitutto la crescita dell’export, che è stata straordinaria in questi anni arrivando al 75 per cento di tutta la produzione. Solo negli ultimi dodici mesi si è avuto un incremento delle esportazioni del 16 per cento, con relativo recupero dei livelli produttivi. Ovviamente questo ha avuto un impatto positivo sul numero di addetti».

Si sta discutendo molto dell’intercambiabilità tra farmaci biosimilari e farmaci “brand”, che avvierebbe una piccola rivoluzione nel consumo di medicinali. Con quali ricadute sulle imprese farmaceutiche?
«Farmindustria non si è mai espressa in modo negativo sui farmaci biosimilari riconoscendo che, a differenza dei generici per i quali basta uno studio di bioequivalenza, sono studiati e approvati da un circuito regolatorio europeo al pari dei farmaci biologici. Però, occorre dirlo, dal punto di vista scientifico è altrettanto vero che si chiamano similari perché non sono esattamente uguali».

Tuttavia anche Aifa chiarisce che il rapporto rischio-beneficio dei biosimilari è il medesimo di quello degli originatori di riferimento.
«Infatti il punto non è quello, tant’è vero che con il 29 per cento sul totale dei consumi siamo il Paese in Europa che li adotta di più, al contrario di quanto si creda. Il punto, sul quale conviene anche Aifa, è che l’intercambiabilità deve essere lasciata a discrezione del medico curante: se questo avverrà, credo che tutto sarà fatto nell’interesse scientifico del paziente. Se invece si userà l’intercambiabilità per fare le gare, averne solo uno e togliere così al medico la possibilità di scelta, commetteremo un grosso un errore. Speriamo che a livello locale o regionale non si trovino clausole che vadano a ledere la scientificità questo principio».

Su quali temi, legati alla competitività della filiera farmaceutica chiederete di mettere mano in via prioritaria al nuovo ministro della Salute?
«In primis gli chiederemo di applicare nel suo mandato criteri rigorosamente scientifici che tengano conto anche della sostenibilità. Sarà importante fargli comprendere che nel prossimo futuro ci sarà una rivoluzione in termini di nuovi farmaci e nuove opportunità terapeutiche per tanti malati, grazie in particolare alle biotecnologie e alla scoperta del genoma che hanno dato alla ricerca un input straordinario. C’è da lavorare subito insieme per rendere disponibili questi farmaci ai malati in tempi adeguati, attraverso un sistema di governo nuovo che non consideri il sistema farmaceutico come un silos a se stante, ma come una fonte di risparmio e una parte del processo per arrivare a un rapido accesso alle terapie innovative».