Difesa all’Occidente

Subire gli attacchi dei terroristi sperando che siano isolati significa, secondo Vittorio Feltri, rifiutarsi di vedere che la terza guerra mondiale è già in atto. E allora bisogna «avere il coraggio di armarsi e rispondere a chi ci aggredisce»

Giacomo Govoni


Tolleranza, integrazione, dialogo, accoglienza. Parole cariche di propositi alti e nobili, ma che dal 7 gennaio scorso vacillano un po’ di più. Barbaramente sfregiate dal boato dei fucili kalashnikov con cui due uomini armati hanno fatto irruzione nella redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, uccidendo 12 persone al grido di “Allah è grande”. Da quel giorno gli stati d’animo predominanti sono diventati il panico, il terrore, l’incubo e la paura. Quella che secondo Vittorio Feltri non assale ancora abbastanza l’Occidente, altrimenti «si armerebbe contro chi li vuole annientare». Una convinzione che il già direttore e oggi editorialista de Il Giornale argomenta e rafforza nel suo libro intitolato per l’appunto “Non abbiamo abbastanza paura” pubblicato da Mondadori e fresco di uscita nelle librerie.

La vicenda occorsa alla redazione di Charlie Hebdo ha messo a nudo l’impotenza di noi occidentali di fronte ad azioni così brute. Quali sono i nostri punti deboli più evidenti in questo conflitto con l’Islam?

«L’Occidente è impotente perché tale vuole essere e si ostina a esserlo. Subisce gli attacchi sperando che siano isolati. Non è in grado di valutare correttamente il pericolo e pertanto è impreparato a prevenirlo e a respingerlo. I terroristi che hanno ucciso i giornalisti di Charlie Hebdo hanno agito indisturbati. La polizia urbana, davanti a loro, ha fatto marcia indietro e non ha risposto al fuoco. È filata via velocemente. Ciò dimostra che non siamo attrezzati neanche a difenderci. Pensiamo sia meglio fuggire. Abbiamo orrore della guerra perché ne abbiamo fatte due mondiali e non riusciamo a concepire la terza. Peccato che sia già in atto».

Nel libro scrive che in noi dovrebbe scattare una paura tale da infonderci il coraggio di uccidere. Dove colloca l’asticella oltre la quale macchiarsi le mani di sangue diventa legittimo?

«Se uno non ha abbastanza paura non ha neanche il coraggio di superarla e di reagire. È meglio sporcarsi le mani di sangue che morire dissanguati. L’asticella è in realtà il principio di legittima difesa. Se tu mi vuoi ammazzare, io cerco di ammazzare prima te».

Lei sostiene che l’Isis sia l’espressione più aberrante di quella che a tutti gli effetti è una guerra di religione. Ritiene quindi che il tempo delle risposte politiche al problema sia scaduto o dipende dalle politiche?

«Non sono io a dire che questa è una guerra di religione. Sono i terroristi a uccidere in nome di Allah. Lo affermano ogni volta che tagliano una gola o sparano. Il problema è che loro credono in Allah, noi invece siamo atei o agnostici o ce ne infischiamo delle nostre radici culturali (che sono cristiane). Non siamo pronti a fronteggiare una guerra di religione perché non ne abbiamo una che ci dia la forza di rispondere a chi ci aggredisce».

Facciamo conto che il livello di paura da lei in qualche modo auspicato non venga mai raggiunto. In tal caso, quali scenari prefigura per l’Europa e per l’Italia di qui ai prossimi 10-15 anni?

«Non dispongo della sfera di cristallo e come profeta sono debole. Mi attengo ai fatti. Gli islamisti crescono e ci invadono col nostro permesso. Pertanto tra qualche anno ci schiacceranno non fosse che per motivi numerici. Noi li ospitiamo. Auspichiamo che si integrino. Cerchiamo di andare d’accordo con loro nella speranza di essere assassinati per ultimi. Beata ingenuità».

La questione del terrorismo islamico si legga a doppio filo a quello dell’immigrazione. Al di là dell’intervento europeo, quale posizione dovrebbe assumere l’Italia rispetto a questo tema oggi così rovente?

«L’Italia non conta niente. Ubbidisce agli ordini superiori dell’Europa. È impotente. Svogliata. Ebete. Incapace di organizzare la propria legittima difesa. Salviamo in mare chiunque senza porci il problema se si tratti di poveracci o di terroristi. Accogliamo tutti incuranti del rischio che corriamo».

L’Italia ha da poco celebrato l’apertura dell’Expo, che per sei mesi terrà gli occhi del mondo incollati sull’Italia. Quanto la preoccupano tutti questi riflettori in chiave terroristica e, più in generale, quali sono le sue aspettative rispetto a questo evento?

«Non ho visitato l’Expo. Non so che cosa sia e a che cosa serva. Abbiamo costruito una città ai margini di Milano e fra sei mesi, chiusa l’esposizione, non sapremo che farcene. Non abbiamo fatto progetti. Siamo imbecilli. Spendiamo miliardi senza sapere perché».