Devozione al genius loci

È l’approccio rispettoso dei caratteri specifici dell’ambiente con cui Matteo Thun inventa e crea ogni suo progetto. Solo così «un’architettura potrà essere parte essenziale del contesto», spiega il designer.

di Giacomo Govoni

Lontananza dagli “ismi” stilistici e vicinanza ai valori che fanno rima con “ità”. Raccontato per suffissi, il linguaggio di Matteo Thun si potrebbe descrivere così. All’insegna dell’iconicità, negli oggetti di product design che rimontano al loro archetipo. O della sostenibilità, nei progetti che dialogano con l’ambiente circostante. Un’attenzione, quest’ultima, che vale all’architetto bolzanino co-fondatore del gruppo Memphis ideato da Ettore Sottsass, la vetta assoluta nella graduatoria dei designer italiani oggi più apprezzati dalla critica internazionale. «All’interno di questo filone dal suffisso comune – sottolinea Thun – posso aggiungere sicuramente la polisensorialità, la percezione di benessere legato agli ambienti, ai materiali, ai profumi, alla “patina” antica di superfici che narrano una loro storia e invitano alla tattilità».

Ivana Ciabatti

Matteo Thun


In questo, il suo sangue e le sue radici altoatesine hanno avuto certamente un’influenza. Quali ulteriori tracce della terra d’origine si ritrovano nelle scelte stilistiche che percorrono i suoi progetti?
«In effetti certe sensazioni sono sperimentabili solo in quei luoghi. Ai quali devo la mia passione per la natura, per i materiali come il legno e la pietra naturale; il rispetto per il genius loci, l’anima del luogo, il sistema costruttivo dei walser che mi ha sempre ispirato: semplice, ma di grande efficienza energetica».

Lei è considerato uno dei massimi interpreti della cosiddetta “ecotecture”. Può spiegarci cosa si intende, a quali paradigmi risponde e quali sue opere recenti ne ricalcano maggiormente i principi?
«È un approccio progettuale ispirato a ecology, economy e architecture. Ovvero costruire nel rispetto dell’ambiente, dell’anima di un luogo, in armonia con esso e grazie all’ascolto del contesto nel quale si costruisce. È un rapporto dialettico fra luogo e progetto: solo avendo in sé i caratteri specifici del luogo stesso nel quale sorge, un’architettura potrà essere parte essenziale del contesto. Rispetto significa anche risparmio ed efficienza energetica, attraverso utilizzo di materiali naturali facilmente reperibili in loco (zero chilometri), zero emissioni di co2 e zero sprechi».

Il suo brand comprende anche un presidio a Shanghai. Che evoluzione sta avendo la cultura del design in Cina e come cambia la domanda di prodotti di design da quell’area del mondo?
«Abbiamo inaugurato il nostro studio di product design a Shanghai nel 2015, con il brand MTD-R – Matteo Thun & Antonio Rodriguez – proprio per rispondere a una crescente richiesta di design europeo e soluzioni estetiche, laddove il know-how tecnologico è altissimo. In particolar modo da parte di brand del settore bagno e accessori per la cucina che condividono il nostro stile essenziale che si combina a una funzionalità immediata e intuitiva, ispirandosi ai gesti quotidiani».

Un paio di anni fa è nato il marchio Matteo Thun Atelier. Cosa contiene e quali espressioni del suo linguaggio creativo riflette?
«Abbiamo lanciato il brand Matteo Thun Atelier nel 2016 per rispondere all’esigenza di una fornitura completa per hotel e ospedali di nuova progettazione. Oggi abbiamo a disposizione una vera e propria piattaforma digitale per soddisfare le richieste dei nostri progettisti per hotel, ristoranti, bar e ospedali, attraverso un’ampia proposta di mobili, complementi, illuminazione, oggetti decorativi e pattern completamente personalizzabili. Nel settore dell’healthcare in particolare sta crescendo la consapevolezza dei benefici apportati da un ambiente sano, confortevole e studiato per favorire il benessere del “paziente-ospite”, sia fisico che psicologico».

Dalla sua “valigia” professionale spuntano anche degli eleganti acquerelli. Da dove nasce la passione per questo genere pittorico e come incide nelle scelte cromatiche che applica alle sue creazioni di design?
«La passione per gli acquerelli mi accompagna da sempre e insieme a essa quella per la matericità della carta. È una vera esperienza sensoriale vedere come su di essa si incontrano i colori. L’idea non nasce da me, ma dalla materia stessa; non parto mai da un’idea precostituita, dogmatica. Nel tempo è diventato anche il punto di partenza del mio percorso progettuale. Uso matite colorate e acquerelli per i miei progetti, soprattutto nella fase iniziale. Solo dopo li condivido con il mio team».

Tra i progetti di interior design a cui ha dato vita in questi anni, quale ha riscosso un successo superiore alle sue attese e quale invece e non ha avuto la fortuna che voleva (o magari giace ancora nel cassetto)?
«Tra i progetti più recenti di sicuro il JW Marriott Venice Resort & Spa è stato il più complesso ed eccezionale. Ha visto la trasformazione di un’intera isola con diversi edifici dei primi del Novecento, legati da vincoli paesaggistici, in un innovativo resort di lusso a tre zeri (zero km, zero co2, zero rifiuti). In generale non tendo a guardare al passato, noi ogni giorno lavoriamo sul nuovo. Mancate fortune progettuali si dimenticano velocemente».