Alimentazione e ambiente

Passano dalla Cina e dalla sfida al cambiamento climatico le traiettorie di sviluppo di Slow Food, che sceglie la condivisione e il coinvolgimento di soggetti diversi. «Non possiamo pensare di incidere profondamente sul sistema alimentare restando soli», afferma Carlo Petrini

di Francesca Druidi

Il cambiamento climatico che molti continuano a negare influisce su molti dei fenomeni a cui stiamo assistendo in questi anni. E proprio il rapporto tra clima e produzione del cibo è al centro della campagna di Slow Food Menu for Change, lanciata dall’associazione a settembre in occasione di Cheese. «Non c’è qualità alimentare senza rispetto dell’ambiente», ha dichiarato il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, poi volato in Cina per il settimo Congresso internazionale del movimento della chiocciola, che ne ha sancito i principali indirizzi politici, economici e organizzativi a livello internazionale e, di conseguenza, nazionale, regionale, locale. E dove la parola d’ordine che si è posta all’attenzione è stata inclusività.

Carlo Petrini

Carlo Petrini


Il cambiamento climatico influisce su molti aspetti della vita attuale dei popoli, a partire dai flussi migratori. Perché è importante aderire a Menu for Change e fare la propria parte attraverso le scelte alimentari?
«Per quel che riguarda le vicende dei migranti, siamo di fronte a un crocevia della storia in cui siamo chiamati a dimostrare che i valori su cui abbiamo fondato il nostro vivere civile sono realtà e non carta straccia. Si tratta, infatti, di un processo destinato a durare nel tempo, perché molte terre, specialmente in Africa, non sono più coltivabili, il deserto avanza. Ma non pensiamo che i cambiamenti climatici non ci riguardino, al contrario sono tutti i giorni davanti ai nostri occhi e anche sulle nostre tavole! Basti pensare che il cibo è responsabile di un quinto delle emissioni di gas serra nel mondo. Ma, dall’altro lato, è anche la prima vittima. E allora non possiamo far altro che scegliere cibi locali e riprendere le ricette amiche del clima. Con la campagna globale Menu for Change abbiamo chiesto a tutti i soci Slow Food e ai cuochi della rete nel mondo di raccontarci qual è la loro soluzione per mettere d’accordo cibo buono e ricette rispettose dell’ambiente».

La produzione del cibo rappresenta una delle principali cause del cambiamento climatico, ma che al tempo stesso potrebbe diventare una delle soluzioni. Quali interventi secondo lei sono necessari per arginare i disequilibri nel mondo agricolo e alimentare, penso anche allo spreco di cibo?
«Partiamo dallo spreco che è una vera e propria piaga economica e sociale. Basti pensare che ogni anno si sprecano 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, cioè un terzo della produzione totale destinata al consumo umano. Se guardiamo a quanto incide la parte più vicina a noi, e cioè quel 22 per cento di spreco domestico e 13 per cento della distribuzione e della ristorazione, il nostro ruolo è cruciale. E quindi dobbiamo indirizzarci verso consumi ragionati, riducendo i consumi di carne, scegliendo prodotti locali e freschi, di stagione e per quanto possibile liberi da pesticidi e fertilizzanti. Questi pochi accorgimenti nelle mani di milioni di persone diventano un potere dirompente, in grado di costruire un’alternativa al sistema industriale dominante».

Il settimo Congresso internazionale di Slow Food si è svolto in un paese cruciale e delicato, dal punto di vista ambientale, come la Cina. Quali sono stati i principali esiti emersi? E quali sfide si profilano nello specifico dal punto di vista alimentare per il colosso asiatico?
«Non andavo in Cina da oltre dieci anni e questa esperienza di Chengdu mi ha confermato quello che solo immaginavo: questo Paese è cambiato radicalmente, affrontando negli ultimi 15 anni lo stesso processo di crescita e sviluppo che noi abbiamo vissuto in oltre un secolo. È ovvio che, con questa velocità, molto si è perso strada facendo. I politici locali, però, almeno quelli che ho avuto modo di incontrare, sono ben coscienti dei rischi che il dragone sta correndo e stanno già pensando a quali direzioni prendere. I fronti principali sono due: calmierare gli effetti del cambiamento climatico e trovare soluzioni per sfamare una popolazione sempre più esigente. Per fortuna, alcune di queste strade incontrano le nostre e stiamo già lavorando sulla nostra proposta di realizzare centinaia di villaggi slow in tutta la Cina. Tant’è che i dirigenti cinesi sono già all’opera per realizzare i primi da presentare tra un anno al prossimo Terra Madre Salone del Gusto di Torino».

La Dichiarazione di Chengdu e le altre mozioni congressuali rappresentano i fronti dell’impegno internazionale di Slow Food, a partire dalla difesa della biodiversità e della salvaguardia dell’ambiente. Quali le priorità di azione e le progettualità nell’arco dei progetti Slow Food?
«Questo congresso ha cambiato l’ossatura stessa di Slow Food, rafforzandola in vista delle difficili sfide che dovremmo affrontare nei prossimi dieci anni. Due sono state le parole chiave, che sono le stesse che dovranno accompagnarci da qui in avanti: inclusività e apertura. L’esperienza della rete di Terra Madre ce lo ha fatto capire dal 2004 a oggi. Non possiamo pensare di incidere profondamente sul sistema alimentare restando soli e avendo paura di contaminarci, di incrociare strade che non sono le nostre e di ascoltare voci che suonano diversamente. Se vogliamo sperare di essere realmente trasformativi, non possiamo prescindere dal formare alleanze e reti, dal coinvolgere soggetti diversi su tematiche comuni. È ora di consentire alle idee giuste di camminare anche su gambe altrui, proprio perché le nostre sono spesso stanche e fragili. Potremo avere un futuro degno e promettente per tutti solo con un nuovo rapporto tra città e campagna, uno sviluppo rurale realmente inclusivo, una comunità di consumatori informati e consapevoli, un’agricoltura pulita e rigenerativa nei confronti delle risorse ambientali e della biodiversità, il cambiamento climatico, il benessere animale e l’accesso a un cibo buono e giusto per tutti».